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Let’s talk about Cinema

UtenteMessaggio

10:41 am
12 giugno 2007


F.L.A

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361

Grindhouse – Death Proof – Quentin Tarantino

Premessa: lasciamo perdere il flop negli USA di Grindhouse con conseguente cambio di tattica commerciale per l’Europa. Da noi un film per volta, prima questo Death Proof, poi pare verso ottobre arriverà Planet Terror di Rodriguez e i fantomatici fake trailer girati da Eli Roth, Rob Zombie e compagnia. Inutile star a discutere di tutto questo, della ovvia perdita di fascino e credibilità nel visionare in due puntate questo progetto cinematografico: inutile perchè il film di Tarantino, allungato addirittura fino a due ore per reggere da solo l’impatto col pubblico europeo, è puro, onesto cinema d’autore. Autore perchè, cosa ormai ben rara, Quentin è per l’occasione regista, sceneggiatura e direttore della fotografia. Padre inconfondibile e coraggioso di un figlio partorito con fatica e peripezie, ma alla fine, per fortuna, partorito. E’ uno dei film più autoreferenziali e personali che abbia mai sfornato: se Kill Bill era un omaggio al cinema altrui attraverso quello di Tarantino, Death Proof è un omaggio al proprio cinema attraverso le atmosfere e i richiami degli amati padri ‘ 70.
Intanto soggetto scarno, essenziale, proprio sulla falsariga di una certa epoca che purtroppo non tornerà mai più ma che è possibile far ricordare: due storie praticamente identiche, intervallate da un salto temporale di poco più di un anno, con in ballo due gruppi di ragazze e uno stuntman fuori dal tempo, pazzo, morboso, meraviglioso, che si diverte a molestare e devastare con la propria e gloriosa combat car le suddette ragazze. Lo stuntman è interpretato da Kurt Russell, e volendo la recensione potrebbe anche finire qua, tanta è la magia e la passione che sprigiona la sua prova; la prima sequenza in cui spunta parte del suo sguardo, all’interno della sua macchina quasi interamente sommersa dal buio, è una roba da infarto, brividi, pura devozione.
Dicevamo, due storie identiche all’apparenza, ma che nascondono due, forse anche di più, film insieme: Death Proof è un’opera metacinematografica, è cinema nel cinema, per lo spettatore e CON lo spettatore. La prima parte è il film vero e proprio, tripudio per occhi e orecchie ( colonna sonora da infarto, con Morricone, Micalizzi e svariate perle ), meticolosa ricostruzione di un’atmosfera vecchia 30 e passa anni, attraverso anche i giochetti Tarantiniani di cui si è parlato molto: pellicola che si inceppa, sgranature, bruciature, graffi, inquadrature sbagliate. Certo, tutto molto artificioso, se un tempo questi effetti erano l’onesta e sincera conseguenza dei pochi, spartani mezzi a disposizione tipici dei B-Movie, qua abbiamo a che fare comunque con budget ed ambizioni ben più alte. Poco importa, perchè è comunque il cuore a guidare tali scelte, e su questo non si può stare a discutere, perchè questa prima storia è Tarantino al cubo, che parla e scherza col suo pubblico. Dialoghi a torrente, continui, incalzanti, spesso inconcludenti, luoghi ricostruiti ad arte ( il pub dove si vanno a divertire le ragazze ), personaggi azzecatissimi, feticismo strabordante, a volte quasi nauseante ( piedi, piedi e ancora piedi ! ) e culto estatico della violenza, incorniciata nello strabiliante incidente in slow motion che taglia a metà del film e che proietta Kurt Russell nel culto più totale, celebrando e rinnovando i suoi indimenticabili personaggi legati a film come Grosso guaio a Chinatown e 1997 Fuga da New York, giusto per citare i più ovvi e ricorrenti.
Poi, si riparte, altre ragazze, ancora lo stuntman. Soltanto che ora il film non è amore e dono per lo spettatore, è lo spettatore stesso, lo prende e lo lancia dentro la storia. Ci sono queste simpatiche femmine, e veniamo a sapere che lavorano nel cinema: una di loro è Zoe Bell, nella parte di sè stessa, ovvero controfigura di Uma Thurman, il suo ruolo in Kill Bill, di cui ci ricorda la suoneria del suo cellulare. Il cinema si avvolge su stesso, con personaggi che potrebbero essere ognuno di noi, un qualsiasi fan di Tarantino, dei road movie, dei polizieschi italiani, dei thriller/horror nostrani. C’è un lungo dialogo che non porta assolutamente a niente, ambientato in un bar, girato con un pianosequenza maniacale, perverso, invasivo: poco conta la trama, la vicenda, è tutto un pretesto per buttarci dentro questo delirio. Tecnica e stile al servizio di sentimenti e passione, quello che mancava assolutamente a Kill Bill. Ancora: l’ultimo inseguimento, con l’irruzione delle due macchine di razza in una strada colma di vetture del giorno d’oggi. Più che un semplice confronto e mescolarsi di passato e presente, è di nuovo questo incrociarsi e contaminarsi di due diverse pellicole, una dentro l’altra. Queste ragazze stanno andando a girare un film e si ritrovano NEL film, in Death Proof: una di loro vuole guidare un’altra celebre combat car, proprio come in Punto Zero, opera citata di continuo, e nella cittadina in cui si è recata con le sue compagne c’è un bifolco redneck, chiaramente adorabile, che la vende. La prendono, rievocano le proprie, ma anche le nostre fantasie: siamo con loro, come loro. Riecco Kurt, riecco Stuntman Mike: sadico e inesorabile ripropone il suo gioco di lamiere e ruote incandescenti. Stavolta però le cose cambiano, le vittime designate si ribellano, lo cacciano, da carnefice Mike diventa vittima, completando il ribaltamento concettuale operato da Tarantino: il suo personaggio scompare, si sveglia, dice che stava solo giocando, e si sente improvvisamente proiettato nella realtà, in quello che per lui NON è più un film. Ma per le angeliche creature, ora trasformate in demoni vendicativi, con chiaro rimando a un altro filone, quello dei rape’n'revenge, è esattamente il contrario: drogate da fascinazioni estetiche e proiettate in un’altra dimensione, si tramutano in altro, in attrici di sè stesse, decise fino in fondo a girare e concludere questo film. Film che si interrompe, meravigliosamente, e non diciamo qua come e perchè; la cosa bella è che, nonostante la scritta The End, sembra che non finisca, che continui, con il pubblico – fan – attrici a vivere il proprio sogno e Kurt Russell spogliato del suo personaggio fittizio e piombato in un gioco grottesco e irreale, non più attore del/nel suo film originario, ma di un altro. Il nostro, quello di Tarantino.

6:43 pm
12 giugno 2007


polly

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362

Wow, ma che bella recensione FLA!

(non è che ti ricordi il titolo della canzone sui titoli di coda?)

7:31 pm
12 giugno 2007


F.L.A

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messaggi37

363

eee grazie : )

chiedi un pò troppo, ora vedo un pò su internet se la trovo

8:15 pm
12 giugno 2007


polly

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364

Ho cercato la soundtrack originale ma credo che lì non ci sia.
Vabbè, confido nei tuoi potenti mezzi..

11:29 am
20 giugno 2007


polly

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365

Trovata.
Evviva! : )

1:52 pm
20 giugno 2007


F.L.A

Membro

messaggi37

366

oh menomale me ne ero pure dimenticato scusa è un periodo un pò incasinato : )

11:30 pm
24 giugno 2007


F.L.A

Membro

messaggi37

367

Hostel II

la storia è identica al primo, ma al femminile: un gruppo di ragazze per una serie di circostanze si ritrova in Slovacchia, finendo poi nel solito club mattatoio. Di diverso, c’è che nel lungo, troppo lungo preambolo pretorture Roth inserisce anche le vicende personali dei carnefici, per cercare di creare un quadro completo della situazione. Vi è anche maggiore approfondimento su tutta questa struttura perversa, andando a parare su riflessioni di stampo sociale un pò da 4 lire, ma amen. Quando parte il film “vero”, nella fabbrica, finalmente ci si diverte, e siamo a livelli superiori del primo episodio: meno sangue ma sequenze più disturbanti ( con evirazione, ben esplicita ), servite al punto giusto. Grande anche la sequenza della messa in asta delle ragazze, con split screen azzeccatissimi. Psicologia dei personaggi un pò banalotta, praticamente si ribaltano tutte le carte in tavola, ma è abbastanza prevedibile ( il macho violento si trasforma in coniglietto pauroso, il dubbioso timoroso in maniaco perverso e così via ). In conclusione, tanti difetti e soprattutto una minestra che ormai è fin troppo riscaldata, ma c’è da dire che gli ultimi 20, 30 minuti coinvolgono parecchio. Dimenticavo i vari camei: Luc Merenda, all’inizio, Edwige Fenech sempre splendida e soprattutto una piccola sequenza con Ruggero Deodato che da sola vale il prezzo del biglietto. Tanti omaggi, molte citazioni, di nuovo anche a Tarantino col “solito” pulp fiction che va in onda su un televisore dell’ostello, certo questi tributi e chicche per appassionati di cinema di genere italiano hanno molta, molta meno forza e significato di quelli presenti nell’ultimo Death Proof, proprio dell’amico Quentin.

7:39 pm
3 luglio 2007


eta karinae

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messaggi34

368

Ehi ho visto un film giapponese The haunted apartments di Akio Yoshida. E’ una storia simile a Ring, una ragazza fantasma che perseguita e uccide gli abitanti del palazzo in cui lei stessa e’ morta tanti anni prima. Il film ha una bella atmosfera e dei momenti che ti fanno davvero accapponare la pelle, ed anche un finale che ti coglie di sorpresa.
Per chi e’ curioso di vederlo, qui lo puo’ vedere con sottotitoli inglesi:

http://tv-links.co.uk/show.do/4/3543

1:26 pm
25 luglio 2007


polly

Membro

messaggi1

369

Qualcuno di voi ha visto 13/Tzameti?
Me ne hanno parlato molto bene, stasera è in programma ad una rassegna estiva e vado a vederlo.

 

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