ADRIAN BORLAND 1999 – 2009
The Sound, forever in our hearts
Esattamente dieci anni fa, era il 26 aprile del 1999, Adrian Borland, cantante, chitarrista e principale compositore dei Sound, moriva suicida, gettandosi sotto un treno vicino alla stazione di Wimbledon, quartiere di Londra. Era un lunedì mattina, e Adrian aveva passato il weekend in studio di registrazione a cercare di terminare il suo ultimo disco solista, “Harmony And Destruction”, che sarebbe uscito postumo. Gli amici lo avevano visto abbastanza nervoso, e gli avevano consigliato di passare il fine-settimana a casa, a cercar di riposare. Domenica 25 Aprile andò a trovare una ex-fidanzata. Lunedì mattina si recò in un pub vicino a Kennington, e venne trovato in stato di confusione mentale dalla polizia, che lo portò a casa, dai genitori. Ma lui, che in passato aveva già tentato il suicidio, rifiutò il ricovero in ospedale, affermando che voleva tornare in studio per ultimare l’album, praticamente finito, giacché mancava solamente qualche lavoro di cesello, per un perfezionista maniacale come lui.
La musica era la sua unica ragione di vita. Ma la decisione era già stata presa: Adrian si recò alla stazione di Wimbledon e aspettò il primo treno utile per porre fine alla sua vita. Aveva 41 anni, essendo nato il 6 dicembre 1957 a Londra. Come ha ricordato il padre Robert E. Borland (che produsse i dischi del suo primo gruppo, The Outsiders, una band punk) e la madre, era dal 1987 che ad Adrian era stata diagnosticato una forte forma di depressione, acuita da una schizofrenia che gli procurava quello stato sintomatico di disturbi che gli facevano “sentire le voci”, che in realtà erano presenti solo nella sua mente malata
Adrian era sempre stato una persona paranoica, fissata con le coincidenze, e infatti The Sound si sciolsero nel 1987, dopo che l’ultimo loro concerto fu tenuto in un club spagnolo chiamato “The End”, una performance drammatica in cui Borland fu portato via in ambulanza a causa dell’ennesimo esaurimento nervoso, che gli procurò un collasso. Lui considerò la cosa come un segno del destino (i Doors, che avevano scritto “The End”, olte ai Velvet, gli Stooges e Bowie, erano i suoi idoli fin da adolescente), e sciolse la band dopo quell’evento nefasto. Questa è la cronaca nuda dei fatti, il resto è leggenda.
The Sound sono stati una delle più grandi band della New Wave. Un’entità quadrangolare che in sette anni di esistenza ha prodotto altrettanti dischi, che negli anni ’80 raggiunsero solamente una piccola cerchia di appassionati dark e waver. Non ebbero mai il successo che avrebbero meritato, per tanti motivi. Innanzitutto, come ha di recente ricordato Garce dei Sad Lovers And Giants nell’intervista su Erba della Strega, Borland non aveva il physique du role della rockstar. Sempre sovrappeso, bruttino, l’antitesi dell’icona pop. Gli anni ’80 furono un’epoca di edonismo sfrenato, e anche i miti della new wave, i frontman delle band che avrebbero cambiato per sempre gli esiti della storia del rock, erano affetti da una vanità sfrenata. Tante band che ho adorato e che mi hanno scosso l’esistenza come Psychedelic Furs, Echo & The Bunnymen, Cocteau Twins, Clan Of Xymox, Breathless, avevano il look “giusto”, le cotonature sui capelli, i visi carini, i vestiti alla moda. Moda dark, per l’appunto. I Sound invece dark lo erano dentro, e snobbarono sempre il look e le tendenze vanesie, alla pari solamente di altre due band, Joy Division e Chameleons, entità spirituali che, come loro, non dettero mai grande peso al look o ai vestiti.
‘Jeopardy’ uscì nel 1980 e suona ancora attuale, nel suo incedere psichedelico e oscuro, nel suo tetro andirivieni di esplosioni post punk (“I Can’t Escape Myself”, “Heartland”) e divagazioni ambientali (“Unwritten Law”, “Hour Of Need”). Un manifesto dell’estetica di Borland, aiutato dalla tastierista Benita Marshall, dal bassista Graham “Green” Bailey, dal batterista Mike Dudley. L’anno dopo, “From The Lions Mouth” rappresentò a detta di molti il miglior disco dei Sound. Fuoriesce la Marshall ed entra nei ranghi Colvin “Max” Mayers, tastierista ben più dotato, che d’ora in poi sarà un ulteriore valore aggiunto all’inestimabile talento della band. Brani come “Winning”, “Skeletons” (epocale), “Contact The Fact”, “The Fire” sono stampe gotiche appese alle mura di un castello situato alla periferia di una metropoli occidentale. “Silent Air” è la lenta ballata dedicata a Ian Curtis, morto l’anno prima. Straziante, struggente, indimenticabile, come Ian. E la conclusiva “New Dark Age” un altro manifesto, l’introduzione al Medioevo che stiamo vivendo. Altro che techno-pop e yuppismo! Sofferenza interiore, disperazione esistenziale, mal di vivere. Il senso più profondo della new wave, tramutato in diversa essenzialità musicale dal codice primigenio marchiato a fuoco dal postulato Joy Division. Ma qui iniziano i problemi, perché la Korova, la casa discografica che aveva sotto contratto la band, li licenzia a causa delle scarse vendite. I tizi della label, pubblicizzandoli, avevano pure creato una menzogna ad arte, spacciandoli come provenienti da Liverpool, pensando che, accomunandoli alla cosiddetta scena neo-psichelica di Echo & The Bunnymen e Teardrop Explodes colà germogliata, alla band potesse arridere maggiore successo. Invece The Sound erano di Londra. Lasciati per strada, approdano alla WEA, e, se possibile, le cose vanno pure peggio. Se l’attività live prosegue a gonfie vele, raccogliendo un pubblico non numerosissimo ma appassionato, le label continuano a imporre le proprie assurde e ciniche strategie promozionali, limitando oltremodo la libertà artistica dei Sound. Il “difficile” terzo album esce nel 1982, e la band è tra due fuochi. Loro vorrebbero sperimentare con l’elettronica, ma la label vorrebbe trovare i nuovi Genesis. “All Fall Down” è il disco a cui sono più legato, ho letteralmente consumato la cassetta riversata da vinile. Anni fa, fuori del Jam, un amico deathrocker mi disse che per lui questo era il miglior disco dei Sound. Ero quasi d’accordo con lui. Il rock’n’roll sguaiato di “Party Of The Mind”, le ballate soft-electro “Monument” e “Calling The New Tune”, la nevrosi di “Red Paint” (ovvero il musicista Borland terrorizzato dal salire sul palco, il suo rifiuto di diventare un qualsivoglia mito generazionale) sono momenti indelebili di pura poesia estatica. Visioni interiori delle rovine della propria anima. E poi “We Could Go Far”, con un basso catatonico, un synth da brivido e il bivio vicino all’orizzonte tra morte e vita (“we could fall, we could go far”). Licenziati pure dalla WEA, aumenta la frustrazione. The Sound si accasano presso la piccola Statik ed ecco, nel 1984, l’E.P. di sei brani “Shock Of Daylight”, un monumento alla notte fin dal titolo. Impossibile scegliere il brano migliore tra “Longest Days” e “Counting The Days”: più melodia, un timido raggio di sole, Adrian cantava “sto contando i giorni che mancano al nostro amore”. L’anno dopo, 1985, ecco “Heads And Hearts”, un altro capolavoro. “Total Recall”, forse basta il titolo per risvegliare le coscienze wave rimaste: la migliore canzone d’amore di sempre? Subito dopo “Under You”, la paranoia pura, la dominazione psicologica, l’essere prigioniero di una persona. Il tema del contrasto, ma anche l’impossibilità delle relazioni interpersonali. Il “no future” dei punk non più proiettato nella società, ma interiorizzato, la distruzione dell’anima, la solitudine finale prima del congedo. Il rifugio nella dimensione onirica come unica via di fuga possibile (“Wildest Dreams”), la speranza di una vita migliore (“One Thousand Reasons”). L’irrazionalità dei sentimenti umani (“everything you really feel will remain a mystery”). Il live del 1985, “In The Hothouse”, registrato al Marquee di Londra in due serate di fine agosto di quell’anno, è qualcosa di fenomenale. The Sound dal vivo erano una autentica macchina da guerra, tipico e raro esempio di band che dal vivo esprimeva un potenziale infinitamente superiore rispetto al lavoro su disco. La scaletta è micidiale, il poker iniziale (“Winning” – “Under You” – “Total Recall” – “Skeletons”) è energia primordiale che annichilisce qualsiasi band punk o metal. La voce di Borland è perfetta, il timbro grave, quasi soul, qualcosa di metafisico, le linee di basso di Bailey sono tanto spasmodiche tanto quelle di Peter Hook, e restano sempre quei synth di Max Mayers, indimenticabili. Tastiere che scendono come lacrime. “Heartland”, “Counting The Days”, “Red Paint”, “Silent Air”, una tracklist emozionante. Fallita la Statik, The Sound approdano alla label belga Play It Again Sam, e nel 1987 arriva l’epitaffio “Thunder Up”. Un disco stupendo, diverso dai precedenti, sofferto come sempre. Col tempo sono quasi giunto a considerarlo il miglior disco dei Sound. Perché “Barria Alta” ha un drumming marziale ed una progressione lancinante che fa impallidire qualsiasi band neo-folk. Perché “Web Of Wicked Ways” è la voce della coscienza sana che parla al fanciulletto Borland e lo incita a reagire, ma senza esito. La lirica fa paura, nel senso che fa raggelare il sangue nelle vene. Perché “Acceleration Group” è voglia di riscatto, la voglia di risalire degli emarginati, dei reietti, dei nerd, per riappropiarsi della parte luminosa della città. Ma è una mera illusione. Durante la parte spagnola del tour, Adrian accusa quel grave malore citato all’inizio, e i compagni della band riferiscono che la sua situazione si aggrava. Di comune accordo, decidono di sciogliere il sodalizio. Negli anni ’90 Adrian continua una carriera solista di nicchia, producendo poi di volta in volta bands come Felt, Dole, Cassel Webb, Prudes, Into Paradise. Tra il 1992 ed il 1993 la band si riunisce per alcuni concerti londinesi tenuti assieme agli amici Sad Lovers And Giants. Il 26 dicembre del 1993 Colvin “Max” Mayers muore rapito dall’AIDS. Adrian Borland muore, come ricordavo nell’introduzione, il 26 aprile del 1999. Gli altri due membri si sono ritirati dalla scena musicale. Graham “Green” Bailey, da tanti anni, lavora in America per una tv via cavo. Mike Dudley scrive per una rivista in Inghilterra.
Unici due superstiti di una band decimata per metà, destinata a cambiare per sempre la vita di molte persone.
“Se di notte senti la mancanza di vecchi amici, allora vuol dire che non sei solo”
(Adrian Borland).

DISCOGRAFIA ESSENZIALE THE SOUND
‘Jeopardy’ (1980, Korova)
‘From The Lion’s Mouth’ (1981, Korova)
‘All Fall Down’ (1982, WEA)
‘Shock Of Daylight’ (1984, Statik)
‘Heads And Hearts’ (1985, Statik)
‘In The Hothouse’ – Live (1985, Statik)
‘Thunder Up’ (1987, Play It Again Sam)
‘Propaganda’ (2001, incisioni risalenti al 1979)
Ultima modifica il 1 maggio 2009 alle 11:58 am.
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