Giorgio Fontana – Novalis
Marsilio Editori
pp. 234; 15,00 €
In libreria dal 24 settembre 2008
Nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana, Novalis, la musica — ascoltata, suonata, vissuta — è uno dei leitmotiv, e scorre come un controcanto sotto gli avvenimenti principali, sottolineandoli o evocandoli in altra forma. Il protagonista del libro è un musicista, e l’autore stesso è stato chitarrista di un gruppo hard rock. La sua fonte d’ispirazione principale durante la stesura del romanzo sono state band quali Celldweller, Circle Takes the Square, Deftones, Isis e Tool. Nel corso della narrazione numerosi sono i riferimenti al mondo della musica post-metal e dark, e più in generale all’underground creativo delle metropoli.
La copertina del volume è stata realizzata per l’occasione da Travis Smith, graphic designer di culto dell’underground musicale e autore delle copertine di gruppi rock e metal come Anathema, Nevermore, Opeth e Katatonia.
IL LIBRO

I segreti vanno rivelati. È questo il vangelo che Alex imparerà sulla propria pelle. Giovane musicista dal passato dolente, di fronte allo sfacelo della sua band e a una famiglia in pezzi, reagisce semplicemente annuendo, accettando ogni cosa secondo un’etica che fa coincidere rabbia e rassegnazione. Una notte però incontra Sara, una ragazza che si prostituisce online e trova amanti scrivendo il proprio numero sulle pareti dei cessi pubblici. È il suo segreto a frantumare il sistema di Alex: come un virus che si espande, come un modo nuovo di bruciare la rabbia. Sara lo introduce a un misterioso ensemble teatrale, il Gruppo Novalis, una specie di setta che pratica una forma d’arte estrema e perversa. E per Alex si riapre una ferita antica. Viene risucchiato nella spirale di un gioco basato sulle debolezze altrui, dove la morte diventa l’unica speranza di gioia, una follia che precipita verso una conclusione radicale. D’ora in poi la sua vita sarà una corsa mentale e fisica per separarsi prima che sia troppo tardi da quell’ossessione, o per viverla fino alle estreme conseguenze.
Novalis è una pillola nera, una ballata dark dai toni metallici che getta luce su un mondo sotterraneo e notturno: dove però brilla ancora una forma d’innocenza nascosta, al riparo da ogni segreto rivelato. Al riparo da ogni forma di male.
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Giorgio Fontana è nato a Saronno nel 1981. Dopo la laurea in Filosofia, ha lavorato come libraio, operatore di call center, traduttore freelance e montapalchi. Ha vissuto a Montpellier e Dublino. È condirettore del pamphlet Eleanore Rigby, realtà di spicco nel panorama letterario underground. Ha pubblicato racconti e interventi per numerose riviste cartacee e on line e su antologie. Nel 2007 ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori). Vive e lavora a Milano.
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UN ESTRATTO DAL TESTO
Allungo un dito, e un altro gli viene incontro.
Questo è uno specchio e questa è la mia mano destra, appena aperta, un ragno sulla guancia: pelle, angoli, palpebre di vetro. Questo è il mio dito e questa è la sua immagine, più o meno all’alba.
Otto ore prima stavo suonando al Crystal. Un posto di falliti, tutto lampade e finiture in metallo colorato: vecchi spillatori coperti di polvere, un’altalena incastrata in mezzo ai tavoli, e la parete di targhe americane – Kansas, QPB 345. Il padrone non voleva pagarci, ma alla fine ci siamo accordati per la metà.
Durante il concerto la gente ci ha soltanto ignorati. Ragazzi che bevevano tranquilli, le spalle voltate al palco. Lo scopo era portare a casa due soldi e stare buoni. Ma verso la fine Tony ha preteso che il pubblico cantasse un ritornello.
«Non vi va?» ha detto. «E invece adesso lo cantate. Lo faccio ripetere agli altri finché non vi sento. Avanti.»
Noi continuavamo a suonare, meccanicamente. Ho incrociato gli occhi di Hans dall’altra parte del palco. Il basso sembrava enorme fra le sue mani da ragazzino.
«Io aspetto» ha detto Tony. «Non ho fretta.»
Abbiamo suonato il ritornello per altre quattro volte: cinque: sei: finché la gente non ha cominciato a posare i bicchieri sui tavoli e guardarci e ridere in tono irregolare. Indicavano Tony scuotendo la testa. Il ragazzo al bancone mi ha strattonato per la maglietta.
«Sì, sì, è un gioco» ho gridato. «Non ti preoccupare.»
Al settimo giro, Tony ha detto: «Sono io a ridere.» E ha stretto più forte l’asta del microfono. «Possiamo andare avanti tutta la notte, se volete. È soltanto un ritornello. Tre parole in croce, vecchio stile, come piace a voi.»
Ottavo giro. Ho sentito gli ultimi due colpi di crash di Enrico che lo chiudevano, prolungati e intensi come onde: ho bloccato le corde con il bordo della mano destra e messo le dita della sinistra sul primo accordo. La musica stessa stava perdendo senso. Arriva un punto dove comprendi che quanto hai eretto a fatica è in realtà polvere, e ogni nota creata si disperde nel vuoto. Così eccomi lì, al decimo giro, coperto di sudore, mentre la gente cominciava a fischiare e andarsene. Tony ora li guardava incredulo, con la bocca aperta. La sua fiducia era stata tradita, una volta per tutte e all’improvviso.
Allora Marco si è appoggiato alla cassa e ha suonato il riff per l’undicesima volta, alzando un bend nel momento in cui io spezzavo la ritmica dagli ottavi ai quarti, come si era deciso: rendere più solido l’apparato ritmico, compattare il finale. E in quel momento Tony ha lasciato che il microfono gli scivolasse fra le dita. Lo ha guardato cadere sul bordo del palco, con una lentezza malinconica, e amplificare il suo tonfo secco per tutto il locale. Poi si è seduto a terra e ha chiuso la testa fra le mani, nel silenzio.
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